Prima di diventare mediatore familiare, durante la mia carriera nel mondo dell’avvocatura, avevo più volte riscontrato come, per una coppia in fase di separazione o divorzio, mancasse spesso quell’accoglienza e quell’ascolto di cui necessariamente ha bisogno in una fase così delicata di cambiamento strutturale della famiglia.
Non è responsabilità degli avvocati o dei giudici ma è semplicemente il sistema che spesso impedisce di andare oltre la mera tutela giuridica.
Quando ho incontrato la mediazione familiare ho scoperto che, un evento così doloroso come la separazione, poteva essere affrontato diversamente da come era inteso generalmente nel mondo giuridico.
Intelligenza emotiva del mediatore familiare
Aiutare la coppia a raggiungere un accordo di separazione condiviso comporta, per il mediatore familiare, una serie di competenze professionali ed emotive di un certo livello.
Il mediatore oltre alle mere competenze tecniche deve possedere doti di intelligenza emotiva.
Ma che cos’è l’intelligenza emotiva?
Negli ultimi anni, tra le competenze richieste da chi seleziona personale nelle aziende, riveste sempre più importanza l’intelligenza emotiva, nota anche come quoziente emozionale (QE o EQ), quoziente di intelligenza emotiva (QIE) e leadership emotiva (LE).
Uno studio realizzato dal gruppo Sodexo nel 2018, il Workplace Trend, rivela che il 34% dei selezionatori di personale danno molta importanza all’intelligenza emotiva, come qualità specifica del personale ma anche come caratteristica che l’ambiente di lavoro deve stimolare.
Psicologi ed intelligenza Emotiva
Alcuni psicologi sostengono che avere intelligenza emotiva possa addirittura essere, in proporzione, più importante di avere un alto quoziente intellettivo e/o un cervello brillante.
Quando si parla di intelligenza si è abituati a pensarla come una caratteristica ben definita, in realtà negli anni ci sono stati diversi dibattiti su cosa fosse l’intelligenza ed in parte non sono ancora sopiti.
Nel 1920 Edward L. Thorndike definì l’intelligenza sociale ovvero l’abilità di base per comprendere e motivare altre persone.
David Wechsler, negli anni 40 dimostrò che nessun test di intelligenza potesse essere valido se non si teneva conto degli aspetti emozionali.
In seguito, Howard Gardner avrebbe stabilito le basi dell’idea della settima intelligenza, la cosiddetta intelligenza interpersonale.
Nel 1985 apparve per la prima volta il termine “intelligenza emotiva”, grazie alla tesi di dottorato di Wayne Payne intitolata “A Study of Emotion: developing Emotional Intelligence”.
La prima definizione vera e propria risale al 1990 ed è stata proposta dagli psicologi statunitensi Peter Salovey e John D. Mayer ovvero “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie e altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.
Gli stessi, dopo aver condotto diverse ricerche, ne modificarono la definizione ovvero:
L’intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione; l’abilità di accedere ai sentimenti e/o crearli quando facilitano i pensieri; l’abilità di capire l’emozione e la conoscenza emotiva; l’abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita emotiva e intellettuale.
Nel 1995 Daniel Goleman pubblicò il libro “Intelligenza emotiva”, contribuendo a diffondere l’importanza delle emozioni, del potere che hanno sulla nostra persona, su quello che facciamo e sul nostro modo di relazionarci.
Correnti di pensiero
Vi sono ormai, diversi modelli teorici riguardo l’intelligenza emotiva e pertanto svariate definizioni e test con cui valutarla.
Ci sono correnti di pensiero che la negano affermando che la capacità di riconoscere, individuare, etichettare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui non sarebbe altro che l’intelligenza applicata a una particolare sfera della vita, ossia quello delle emozioni.
Nella vita quotidiana si è sottoposti a continue esperienze emotive e si è in grado di esserne consapevoli solo in minima parte, pertanto spesso si agisce inconsapevolmente, sollecitati da frequenze che il più delle volte non si è in grado di riconoscere.
Le emozioni hanno due aspetti fondamentali, i pensieri, le credenze e le attitudini che caratterizzano un determinato stato emozionale, e le reazioni del nostro corpo alle emozioni.
A volte essere coscienti delle proprie emozioni è sufficiente per saperle gestire ma se non è possibile è importante imparare a canalizzarle.
Pensieri ed emozioni si influenzano costantemente e, se non gestite correttamente, possono influenzare negativamente tutti gli aspetti della vita di una persona.
Il mediatore familiare e l’intelligenza emotiva
Il mediatore familiare è chiamato a operare con intelligenza emotiva, senza la quale farebbe un lavoro inconsapevole, mosso da intenzioni non riconosciute e/o confuse, danneggiando gravemente la coppia.
Goleman definisce l’intelligenza emotiva come
la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.
Secondo Goleman l’intelligenza emotiva comprende la competenza personale ed emotiva.
La competenza personale determina il modo in cui gestiamo noi stessi e può essere suddivisa in tre capacità fondamentali:
1. la consapevolezza di sé ovvero la conoscenza dei propri stati interiori, le preferenze, le risorse, le intuizioni
2. l’autoregolazione altrimenti detta la padronanza di sé ovvero la capacità di gestire i propri stati interiori, i propri impulsi, le proprie risorse
3. la motivazione ovvero la capacità di scegliere tendenze emotive che guidino o facilitino il raggiungimento degli obiettivi
La competenza sociale invece determina il modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri e contiene le seguenti capacità:
- l’empatia ovvero la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi altrui
- le abilità sociali ovvero l’abilità nell’indurre le risposte desiderabili negli altri
Per Goleman ciascun individuo è dotato fin dalla nascita dell’intelligenza emotiva, che poi sarà più o meno potenziata dal contesto sociale e culturale in cui si cresce.
Il grado di tale intelligenza determina la possibilità di apprendere e sfruttare le competenze emotive che, secondo lo psicologo, si possono migliorare con un lavoro continuo su di sé.
Le teorie di Goleman sono particolarmente utilizzate in ambito aziendale ma, in realtà, possono essere utili in qualsiasi campo e ovviamente anche nella mediazione familiare, con i dovuti distinguo dati dalla connotazione della professione.
Sviluppare le proprie competenze emotive significa favorire scambi comunicativi, avere capacità di problem-solving e stimolare il pensiero costruttivo, tutti questi elementi ricordano le capacità del mediatore.
Avere capacità e competenze tipiche dell’intelligenza emotiva permette al mediatore familiare di agire efficacemente nei confronti di se stessi e della coppia, perché connettendosi con le proprie emozioni, riuscendo a gestirle, trascendendo i meri aspetti cognitivi, è in grado di relazionarsi con gli altri e riconoscere e comprendere l’altro da sé.
Non si può essere veramente in grado di comprendere l’altro se prima non si è in grado di farlo con sé stessi; se non si prova compassione per sé non lo si può fare verso gli altri; se non ci si riconosce come essere imperfetto, non si può essere scevro da giudizi; se non ci si riconosce nei propri punti di forza e di debolezza non si potrà aiutare l’altro a trovare le proprie risorse.
Il dolore della coppia che entra nella stanza è fortissimo e questo può assolutamente, se non si è in posizione di equilibrio, travolgere il professionista.
Il mediatore, poi, potrebbe farsi influenzare dai propri valori e principi e pertanto potrebbe venire meno quell’assenza di giudizio fondamentale per lavorare con neutralità e imparzialità.
Il rischio che un mediatore possa manipolare la coppia senza accorgersene o semplicemente non essere in grado di attivare le risorse presenti è altissimo.
Mantenere una posizione equivicina ed empatica
Le competenze personali e sociali di cui parla Goleman diventano presupposto necessario per mantenere una posizione del mediatore che sia equivicina ed empatica allo stesso tempo, permettendo ai suoi vissuti di non sovrapporsi a quelli della coppia e a differenziare quello che c’è nel suo spazio emotivo da quello presente nei clienti.
Il professionista deve essere in grado di utilizzare tutte le tecniche a sua disposizione, essere naturalmente creativo ma al contempo assolutamente centrato, senza alcuna sbavatura che non permetterebbe alla coppia di lavorare bene.
Si deve essere in grado di riconoscere i propri punti di forza e di debolezza per essere in grado di raggiungere l’obiettivo della mediazione, che non è il desiderio del mediatore di raggiungere il proprio interesse più o meno nascosto ma quello di permettere ai coniugi di arrivare ad un accordo di separazione realmente condiviso.




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