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Il mediatore familiare

da Lug 15, 2022Mediazione familiare0 commenti

La definizione di mediazione familiare afferma che è un percorso attraverso il quale la coppia, sollecitata da un terzo, neutrale imparziale ed appositamente formato, vincolato al segreto professionale, raggiunge un accordo per la riorganizzazione delle relazioni familiari, in vista o conseguenza di una separazione o divorzio, in autonomia dall’ambito giudiziario, nel rispetto del quadro legale vigente.

Già attraverso la definizione della mediazione familiare è possibile dedurre chi sia il mediatore e quale sia il suo ruolo all’interno del percorso con la coppia. 

Chi non è il mediatore familiare

Risulta chiaro fin da subito come il ruolo del mediatore familiare sia completamente diverso da quello dell’avvocato, dello psicologo, dell’assistente sociale, dello psicoterapeuta, del giudice, ecc. e non può mai neanche essere un ausiliario del giudice, né tanto meno un consulente tecnico di parte. 

Ma allora chi è il mediatore familiare?

È un professionista appositamente formato, neutrale, imparziale, vincolato al segreto professionale, che opera, su sollecitazione della coppia, per aiutarla a trovare un accordo di separazione, in autonomia dall’ambito giudiziario ma sempre nel rispetto della normativa vigente. 

Cosa vuol dire appositamente formato? 

È una professione non ordinistica e regolata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.

Il 30 agosto 2016, la commissione tecnica Attività professionali non regolamentate ha approvato la norma nazionale UNI 11644 in relazione alla figura del mediatore familiare, definendone le abilità, le competenze e le conoscenze. per operare in conformità al Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF – European Qualifications Framework).

Il percorso di studi di un mediatore familiare prevede un monte ore minimo di 320 ore, di cui almeno 240 di formazione e 80 di pratica guidata e supervisione e le sue competenze devono attingere a diverse discipline. 

Diventare mediatore familiare comporta un grande impegno ma anche un grande onere, aiutiamo le coppie in un momento molto complesso della loro vita, la nostre competenze devono essere radicate e deve essere forte in noi la grande responsabilità che questo ruolo comporta.

Mi auguro che la recente riforma Cartabia e soprattutto i futuri decreti attuativi, possano dare una spinta ulteriore nella definizione di questa professione e all’importanza che può ricoprire per tutte quelle famiglie che vivono le difficoltà dovute alla separazione/divorzio.

Quali sono le competenze del mediatore familiare?

Il mediatore familiare deve avere forti competenze tecniche di diritto, di sociologia, di psicologia, di problem-solving, negoziazione, di comunicazione ma deve anche avere forti competenze emotive quali empatia, coerenza, fiducia, autorevolezza.

Senza questa tipologia di competenza e l’aggiornamento continuo non potremmo mai essere efficaci all’interno della stanza di mediazion.

Mi sento di aggiungere poi quanto sia fondamentale, per il mediatore, lavorare su se stesso.

Ritengo impensabile che un mediatore familiare possa prescindere da un lavoro personale costante di tipo psicologico .

Nella stanza di mediazione incontriamo tantissime tipologie di coppie, ognuna con la propria storia e il proprio vissuto e essere in equilibrio potrebbe non sempre risultare semplice.

I mediatori familiari possono soffrire della sindrome del bornout

Questo termine, che letteralmente significa scoppiato, bruciato, esaurito, nasce negli anni ’30 del secolo scorso, per indicare quegli atleti che, dopo aver raggiunto determinati risultati, non erano in grado di mantenere lo stesso livello di competitività.

La psichiatra Christina Maslach, negli anni ’80, definisce il burnout come una sindrome da rapido esaurimento emotivo e fisico ed erosione dell’impegno nel lavoro, risultato dello stress cronico, nelle persone che sono a contatto con il pubblico, in particolare se questi hanno problemi o stanno soffrendo.

Nel 1981 Maslach insieme a Susan Jackson inventò un questionario, l’MBI (Maslach Burnout Inventory) per rilevare la sindrome del burnout.

È una sindrome possibile in tutte le professioni a contatto con il pubblico ma particolarmente frequente nelle professioni di aiuto, quali psicologi, assistenti socio assistenziali, medici, infermieri, avvocati, mediatori, ecc.

Recentemente l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha inserito il burnout nella nuova Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) definendo la sindrome come un fenomeno occupazionale ma non le è stata riconosciuta la caratteristica di malattia.

In questa sede non ci interessa spiegare nel dettaglio cosa sia il burnout ma è fondamentale sottolineare quanto sia importante che il mediatore faccia un lavoro personale continuo, che gli permetta di operare al meglio delle sue potenzialità.

Cosa vuol dire neutrale?

Il mediatore non può assolutamente esprimere pareri, soluzioni o raccomandazioni. 

Il mediatore è un facilitatore, aiuta la coppia a trovare le soluzioni per un accordo condiviso ma è la coppia che elabora le soluzioni e decide in autonomia.

La neutralità del professionista deve essere non solo effettiva ma anche percepita dalla coppia, non può esservi incongruenza in tal senso, perché la mediazione o fallirebbe o risulterebbe falsata e chi ne pagherebbe le conseguenze sarebbe la coppia che si è affidata a noi e la sua famiglia.

La coppia che si affida a noi per un percorso di mediazione familiare deve sentirci sempre centrati e consapevoli del lavoro che stiamo facendo con loro.

Il mediatore familiare che sente di non essere neutrale deve interrompere la mediazione, perché non potrebbe mai seguirla con efficacia e potrebbe, al contempo, comportare danni enormi, che andrebbero a gravare in situazione già complessa come la separazione/divorzio.

Cosa vuol dire imparziale?

Il mediatore familiare è imparziale, non può schierarsi a favore di nessuno dei partners ma è un’imparzialità definita equivicina, perché sebbene non prenda le parti di nessuno, i componenti della coppia si sentono accolti e supportati in egual misura.

La coppia deve sentire che il mediatore è lì per loro e con loro, per aiutarli a trovare soluzioni condivise, non può aver nessun dubbio sulla nostra imparzialità.

Un mediatore non imparziale viene meno al principio stesso alla base della mediazione familiare, che prevede di facilitare l’autonomia della coppia, sulla base di valori condivisi dalla stessa, senza che nessuno ne influisca la capacità decisionale.

Cosa vuol dire vincolato al segreto professionale?

Il mediatore è un professionista privato, vincolato al segreto professionale, non può testimoniare, né relazionare, né riferire in alcun modo a nessuno, che siano giudici, avvocati, ctp, ctu o altro.

La stanza di mediazione è uno spazio e un tempo protetto dove poter lavorare in un clima di fiducia reciproca assoluta, dove si accoglie e non si giudica, dove la coppia pone le basi per un futuro che risponda alle nuove esigenze dovute alla separazione/divorzio e lo fa consapevole che quanto accadrà in questo spazio neutro rimarrà confinato e non divulgato.

Divulgare a terzi ciò che accade o è accaduto nella stanza di mediazione viola il codice deontologico del mediatore familiare ed è una delle cose più gravi che si possano fare in questa professione.

Cosa vuol dire in autonomia dall’ambito giudiziario ma nel rispetto del quadro legale vigente?

Il mediatore familiare è un professionista privato, come già detto in precedenza non è un giudice, un avvocato, un ausiliario del giudice o un consulente in generale e la coppia decide di rivolgersi a questa figura volontariamente.

Sebbene il mediatore, lavori in autonomia dall’ambito giudiziario, è ovviamente chiamato ad avere forti competenze giuridiche e ad operare nel rispetto della normativa vigente, in assenza di questo tipo di competenze non potrebbe aiutare la coppia a raggiungere un accordo di separazione che si possa considerare valido.

Cosa vuol dire su sollecitazione della coppia?

L’iniziativa di aderire alla mediazione familiare è su base volontaria, la coppia non può essere obbligata in alcun modo ad iniziare un percorso di questo genere. 

È  fondamentale che non vi siano mai dubbi in tal senso, perché se la coppia venisse in qualsiasi modo coartata, verrebbe meno uno dei principi cardine di questo modello di intervento.

Per lavorare nella stanza di mediazione sono necessari volontà e impegno, se la coppia non aderisse con consapevolezza al percorso e con la capacità di riconoscere il valore del tipo di intervento, non potrebbe mai lavorare con serietà.

Ho sempre pensato che diventare un mediatore sia una sorta di vocazione.

Qualche tempo fa, quando ho deciso di specializzarmi in questa professione, ho sentito forte in me la certezza che alla base ci fosse una grande passione e la volontà di aiutare le coppie in un momento così delicato.

È una professione di aiuto che va scelta con amore e per amore, perché comporta il grande onore e il grande onere di supportare la coppia e la sua famiglia in un momento delicatissimo della loro vita.

Non possiamo essere superficiali o incompetenti, nella mediazione familiare non c’è spazio per approssimazioni. In gioco c’è la vita delle persone e il loro futuro.

Se doveste decidere di aderire ad una mediazione familiare, scegliete con attenzione il professionista che vi seguirà, perché sarà fondamentale per le scelte che compirete nel vostro futuro.

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Isabella Salmeri

Isabella Salmeri

Mediatrice Familiare

Mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, formatrice esperta in leadership, negoziazione, comunicazione, aiuta le coppie in fase di separazione o divorzio a raggiungere un accordo condiviso per la riorganizzazioni delle relazioni familiari.

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