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Mediazioni impossibili: ecco i casi in cui non è possibile mediare la coppia

da Set 16, 2022Mediazione familiare0 commenti

Come mediatore familiare mi accorgo di “innamorarmi” di ogni coppia che incontro e mi impegno sempre, al massimo delle mie possibilità, nel supportarle. Purtroppo però incontro anche casi di mediazioni impossibili.

Fare il mediatore familiare è un lavoro che richiede molteplici competenze ma purtroppo non possiamo sempre aiutare tutte le coppie che incontriamo.

In termine tecnico usiamo dire che non tutte le coppie sono mediabili e che esistono vincoli od ostacoli alla mediabilità.

Ma prima di entrare nel dettaglio sulla mediabilità devo precisare, ancora una volta, che la coppia, per aderire ad un percorso di mediazione familiare, deve:

  • aderire al percorso volontariamente,
  • avere la volontà manifesta e reale di farlo, 
  • avere la volontà di impegnarsi,
  • lavorare in un clima di fiducia reciproca.

E devo ulteriormente precisare che tutti i partecipanti al percorso di mediazione sono tenuti a lavorare, nella stanza di mediazione, nel rispetto per sé, nel rispetto per l’altro e assumendosi la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie idee.

Pertanto, partendo dalla premessa della volontarietà del percorso di mediazione familiare, il mediatore familiare, quando incontra la coppia deve comprendere se la coppia ha o meno i criteri della mediabilità.

Quali sono i casi di mediazioni impossibili (ovvero, cosa vuol dire essere una coppia non mediabile)?

Essere una coppia non mediabile significa che nella coppia sono presenti delle caratteristiche per cui la stessa non potrà mai accedere ad un percorso di mediazione familiare o che, se lo iniziasse, per incapacità del mediatore familiare di riconoscere la situazione,  si interromperebbe in un secondo momento o in caso di un eventuale raggiungimento di un accordo di separazione, sarebbe in ogni caso un accordo inefficace.

Noi non conosciamo mai le coppie che incontriamo e non sappiamo nulla di loro, li conosciamo all’interno della stanza di mediazione, che sia fisica o virtuale, pertanto dobbiamo essere bravi a cogliere quegli aspetti necessari per comprendere o meno la mediabilità di una coppia.

Deontologicamente il mediatore familiare è tenuto sempre a valutare, con estrema attenzione i criteri di mediabilità. Difatti, ha il grande onore/onere di supportare le famiglie in un momento molto complesso della loro vita e di rispettare la “sacralità” del ruolo. Non è un caso che abbia parlato più volte di alchimia della mediazione familiare e dell’importanza del ruolo del mediatore familiare.

Fatta questa premessa però ci sono delle precisazioni da fare.

Esistono vincoli ed ostacoli alla mediazione familiare, qual è la differenza?

I vincoli alla mediazione familiare sono dei casi che comportano la non mediabilità assoluta ovvero impediscono in modo assoluto di procedere con una mediazione familiare:

  • la violenza agita su un coniuge e/o i figli, qualsiasi sia il tipo di violenza;
  • abuso di sostanze psicotrope;
  • abuso di alcool;
  • coppie in cui vi è presenza di denunce;
  • patologie psichiatriche;
  • altissima conflittualità.

Ma per quale motivo questo tipo di situazioni impedisce di poter procedere con una mediazione familiare? Qual è la ratio?

La mediazione familiare, come già scritto, è un percorso prima di tutto volontario, al quale i coniugi aderiscono in piena libertà e in piena coscienza, senza che nessuno dei due venga in qualche modo coartato, e tutte le decisioni assunte all’interno della stanza di mediazione sono condivise.

La presenza di violenza agita o di denunce sono la spia di situazioni gravi all’interno del nucleo familiare, che richiedono una tutela diversa e l’intervento delle forze di giustizia e di operatori del settore, certo non di un mediatore familiare, il cui intervento potrebbe creare danni ancora più gravi.

Anche nelle disposizioni della Riforma Cartabia c’è la precisazione che la mediazione familiare non possa in alcun modo intervenire nei casi in cui sia presente violenza, proprio per fugare ogni dubbio sui limiti di intervento di questa ADR.

Molto raramente un coppia con questa tipologia di problematiche si rivolge ad un mediatore familiare ma, comunque, è scopo del mediatore comprendere se ricorrono le suddette condizioni affinché egli possa agire sempre nell’interesse della famiglia ed evitare possibili gravi conseguenze.

L’abuso di sostanze psicotrope o di alcool o la presenza di patologie psichiatriche da parte di entrambi i coniugi o di uno di loro, impedisce che vi sia la piena capacità di agire da parte di entrambi o di uno dei due e pertanto viene meno quella capacità di poter stare nella stanza di mediazione in piena coscienza, di poter agire con senso di responsabilità e di formulare accordi che siano duraturi nel tempo e condivisi.

Anche in questo caso devono essere attivate tutele di altro tipo e la coppia deve rivolgersi a professionisti competenti del settore e alle tutele giuridiche previste dal nostro ordinamento.

Conflittualità e alta conflittualità

Poi vi è l’alta conflittualità. Parliamone.

È ovvio che una coppia in fase di separazione o divorzio sia per la maggior parte dei casi una coppia in conflitto, ma vi è differenza tra alta conflittualità e conflittualità.

Nei casi in cui sia presente l’alta conflittualità il conflitto è il fine ultimo di tutto, non vi è alcun interesse a superarlo.

Le coppie non sono in grado di raggiungere il divorzio psichico e di guardare al proprio futuro e vivono quello che Vittorio Cigoli chiama: il legame disperante.

L’impossibilità emotiva di separarsi mantiene i coniugi in un legame disperante, servendosi di ogni mezzo. Anche i figli possono essere utilizzati come strumento per raggiungere questo obiettivo. Il fine è quello di mantenere in vita la relazione, qualunque essa sia.

Cigoli, Galimberti e Mombelli, 1988

Il mediatore familiare ha l’obbligo deontologico di non intervenire in questo tipo situazioni – perché, se pur in buona fede, può creare danni enormi e irreparabili – e di agire, senza smuovere alcun tipo di equilibrio.

Come già scritto più volte sul mio blog, in caso di alta conflittualità e ove, ovviamente, vi siano i requisiti, può intervenire lo strumento della coordinazione genitoriale, a cui mi sono ripromessa da tempo di dedicare più di un approfondimento e che merita un’attenzione particolare per le sue peculiarità.

In caso di alta conflittualità l’intervento che si può fare, attraverso la coordinazione genitoriale, è totalmente diverso da quello della mediazione familiare e non possono assolutamente essere confusi o interscambiati, come se fosse lo stesso tipo di modello di intervento.

Il mediatore familiare non può assolutamente permettersi di essere incompetente e inconsapevole, perché a rischio è la vita e il futuro delle persone che incontra.

E ancora una volta mi sento di sottolineare quanto sia importante prima di tutto la passione per questa professione e poi la volontà continua e costante di acquisire competenze.

Gli ostacoli alla mediazione familiare

Gli ostacoli sono tutti quei fattori che possono essere rimossi nella stanza di mediazione, attraverso un lavoro serio e impegnativo che solo apparentemente sembrano impedirla, come per esempio, l’assenza di comunicazione nella coppia.

L’obiettivo presupposto della mediazione è il ripristino della comunicazione, senza il raggiungimento di questo obiettivo la mediazione familiare non può proseguire.

Come può una coppia raggiungere un accordo di separazione e rispettarlo nel tempo se non ha un interscambio comunicativo efficace?

È letteralmente impossibile.

Se non rimossa, la comunicazione non efficace di una coppia preclude qualsiasi tipo di lavoro che si possa fare nella stanza di mediazione. Per rimuoverla, ci vuole un impegno serio della coppia ed ovviamente del mediatore familiare al suo fianco.

Nell’ipotesi in cui il mediatore familiare comprenda che gli ostacoli alla mediazione familiare non possano essere rimossi, la mediazione familiare sarà interrotta ed eventualmente la coppia potrà, se vorrà, essere indirizzata verso un professionista diverso, le cui competenze specifiche possano essere di supporto alla coppia.

Altri casi in cui la mediazione familiare non può essere perseguita

Può accadere che il mediatore familiare si accorga che la coppia non dice la verità per una serie di motivi oppure che non è in grado di responsabilizzarsi e lavorare per l’acquisizione di una futura autonomia decisionale.

Probabilmente, viene da chiedersi come sia possibile che una coppia decida di aderire ad una mediazione familiare per poi non lavorare seriamente nella stanza di mediazione?

Non sono una psicologa od una psicoterapeuta – e questo è un tipo di risposta che richiede spiegazioni che attengono ad una specializzazione che non è la mia – ma quello che posso dire è che accade, accade più frequentemente di quanto si possa immaginare. È nella natura umana, ed i motivi possono essere i più disparati.

Accade poi che uno dei partner inviti l’altro in mediazione e che magari l’altro apparentemente aderisca ma in realtà non vi è, in quel momento, la reale volontà di partecipare alla mediazione, oppure uno dei partecipanti o entrambi non abbiano fiducia nel professionista.

Ecco perché occorre prestare sempre la massima attenzione a tutti i segnali che arrivano dalla coppia. È necessario perché solo con consapevolezza e coscienza il ruolo del mediatore familiare può essere utile alla coppia.

Goethe affermava: “Come raggiungere un traguardo? Senza fretta ma senza sosta.”

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Isabella Salmeri

Isabella Salmeri

Mediatrice Familiare

Mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, formatrice esperta in leadership, negoziazione, comunicazione, aiuta le coppie in fase di separazione o divorzio a raggiungere un accordo condiviso per la riorganizzazioni delle relazioni familiari.

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